
Alcuni anni fa i parrucchieri per uomo si chiamavano semplicemente “barbieri”, e il loro negozio era il “Salone”. Ci si andava per farsi tagliare i capelli quando erano troppo lunghi, con cadenza più o meno mensile. Alcuni ci andavano più spesso e approfittavano di altri servizi, come barba, sciampo, frizioni rinvigorenti. Robe per anziani o personaggi pubblici. Io ero giovane allora, e per un certo periodo frequentai il salone di Salvatore, noto Tore, un uomo grosso con in testa una foresta di capelli crespi, dove sembrava che un pettine non ci si fosse mai infilato. Mi piaceva perché era veloce, magari non accuratissimo, ma in dieci minuti mi serviva a dovere, dopo un brevissimo consulto iniziale: “come li facciamo?” “come sempre, corti ma con le basette un po’ lunghette”. Queste erano le uniche parole che ci scambiavamo, appena prendevo posto nella sua vetusta poltrona girevole.
Il rituale però comincia molto prima. Intanto, da Tore non si prenota. Entri, dai un’occhiata alle persone in attesa e se ti sembra un numero accettabile prendi posto, altrimenti borbotti “mmh, ritorno” e abbandoni. Oltre al numero devi valutare anche il tipo di astanti: quante barbe, sciampi, frizioni, servizi speciali? Alla fine decidi: ok, aspetto. Il luogo è accogliente, come i vecchi bar di un tempo. Ben illuminato, ha due vetrine che danno su una strada centrale molto trafficata di pedoni, che buttano l’occhio dentro, e a volte bussano sui vetri e salutano qualcuno. Qualcuno si affaccia alla porta e scambia due battute con uno dei presenti. Insomma è un luogo di ritrovo sociale.
Nella sala, munita di due specchi a piena parete sul lato attrezzato, nel lato opposto ci sono delle poltroncine comode intorno a un tavolino basso. Prendi dal mucchio una o due riviste – quelle tipiche dei barbieri, con le donne nude e gli scandali – e cominci a sfogliarne una. Puoi anche divertirti a spiare gli altri avventori attraverso gli enormi specchi, o studiare le mosse del barbiere al lavoro. L’ambiente è di soli uomini, l’aria è intrisa di fumo stantio e di profumi vari, tra cui quello “fresco” che viene emesso da un grosso flacone munito di spruzzatore: è un liquido verde dall’odore pungente, che funge da dopobarba e da disinfettante, dopo che l’esperto barbiere ti ha rasato le guance o i peletti del collo. In realtà i barbieri sono due. Il secondo è un ometto insignificante, di cui ho perso nome e fisionomia. Mi ricordo solo che è molto lento, ma forse lavora meglio di Tore, e poi non chiacchiera. Già, veniamo alle chiacchiere.
Uno degli astanti, più veloce degli altri, è riuscito a ghermire il giornale locale, e ora se lo sta sfogliando minuziosamente, sprofondato in una poltrona accogliente. Quello forse non conta come avventore, se ne andrà appena finito di leggere a scrocco. Comunque ogni tanto borbotta e commenta qualche notizia: “siccità: nuovi razionamenti?”, “salta la panchina di … ?”, “visita del Papa in città”… Una qualunque di queste notizie scatena il dibattito del giorno. Interviene Tore con voce tonante e con argomenti pesantemente fascistoidi, mentre continua a sforbiciare la testa di un cliente, dal basso verso l’alto mentre il pettine accompagna; altri rispondono con argomenti comunistoidi; le voci si alzano, si arriva rapidamente agli insulti. Ci vuole tutta la mia bravura per schivare i tentativi di coinvolgimento nella rissa. Mi arrivano colpetti al braccio, come dire “tu sei d’accordo, no?”; occhiate di intesa, alle quali resisto concentrandomi sulle vicende della giornalista fotografata in topless sulla barca di Agnelli. Profilo basso, lezione appresa allora e mai dimenticata. Il tutto, in un continuo ticchettio di forbici e ronzio di macchinette taglia basette, oltre al suono costante emesso da un apparecchio di filodiffusione sintonizzato sul canale di musica leggera.

Tocca finalmente a me. “Prego!” Tore mi indica la poltrona con un piccolo inchino. Mi siedo, lui mi guarda dritto negli occhi e con delicatezza mi sfila gli occhiali, poggiandoli al sicuro fuori dalla mia scarsa vista. Il resto si svolge nella nebbia. Arriva la cerimonia del lenzuolo. Lo stesso telo che aveva appena sfilato dal cliente precedente, sbattuto, piegato e riposto nello scaffale, viene disteso, sbattuto ancora due volte e usato per avvolgermi dal collo in giù, con movenze da torero provetto. Con passo zoppicante – a causa delle vene varicose che colpiscono fatalmente barbieri e parrucchieri – Tore va verso uno scaffale centrale, prende qualcosa e torna da me. È la spilla di sicurezza che usa per fermare il lenzuolo dietro il collo. A operazione conclusa, passa un ditone tra collo e lenzuolo per assicurarsi di non aver bloccato qualche funzione vitale. Dopodiché fa la domanda di rito, ottiene la risposta e si procura i ferri per lavorare. Questi sono depositati in una sorta di cassettina con l’interno luminescente di una tremula luce violacea. Si tratta dello “sterilizzatore” a raggi ultravioletti, o almeno quello che ne resta dopo anni di funzionamento senza alcuna manutenzione. Forbici e pettini che escono da lì sono igienizzati per definizione. E via di pettine e forbici, e ciocche di capelli che volano.
Mentre lavora, fuma. C’è una sigaretta accesa poggiata su un posacenere vicino al lavandino. Ogni tanto dà un tiro, il che fa aumentare ulteriormente la nebbia. Per fortuna il tutto finisce presto, con le rifiniture sul collo e il taglio netto delle basette, con un rasoio a mano preventivamente affilato su una vetusta coramella di cuoio. Infine un potente soffio di phon allontana i frammenti di capelli restati impigliati o appiccicati al viso e al collo. Poi una spruzzata di dopobarba verde, che brucia molto ma mi pare benefico dopo quel rasoio che ne avrà visto di tutti i tipi. Non resta che lo smontaggio.
Per prima cosa la spilla di sicurezza, che senza indugio, con passo zoppicante, viene rimessa esattamente al suo posto, nello scaffale centrale. Ho notato cento volte questa azione, precisa e immancabile, ed è stata per me una lezione di vita fondamentale. Avevo diciotto anni, poi venti, poi trenta. I capelli di Tore diventavano grigi ma restavano folti, il suo passo sempre più zoppicante – ogni tanto borbottava di dover farsi operare – ma la spilla, sempre la stessa, andava al suo posto: non in tasca, non poggiata al marmetto (“tanto poi mi riserve subito”), ma portata faticosamente sullo scaffale centrale. Così Tore è certo di ritrovarla, a fianco a quella dell’altro lavorante, che rispetta la stessa prassi. Lo stesso vale per tutte le cose del salone. Con questa disciplina il negozio di barbiere può funzionare senza intoppi.
Una volta sistemata la spilla, c’è il rituale dello specchio. Tore ne prende uno tondo per mostrarmi, nel doppio riflesso di quello grande, il lavoro che ha fatto nella mia nuca e collo. Nella nebbia della miopia non vedo nulla, ma annuisco. Annuisco sempre, lui risponde “grazie”; con un morbido pennello spruzzato con talco mi spazzola il varco tra lenzuolo e collo mentre mi libera dal drappo, lo sbatte, lo piega e lo ripone e infine fa un piccolo inchino e esclama “servito!” Subito dopo recupera i miei occhiali, li apre e me li inforca con precisione da ottico, osservando che siano perfettamente simmetrici sul resto della faccia. Mi alzo, finalmente mi vedo riflesso, riprendo il contatto con la nitida realtà. Nel frattempo Tore ha afferrato una scopa da dietro un paravento, e sta radunando tutti i miei capelli tagliati, neri e abbondanti. È pronto per un altro cliente, ma non prima di avermi aiutato a indossare la giacca. Mi sento addosso il forte profumo di barbiere, che mi accompagnerà per qualche ora insieme ai peletti ispidi incastrati nel collo della camicia.
Come vedete, in tutta questa storia la protagonista è la spilla. Ne ho voluto parlare perché da allora sono diventato una persona ordinata. Sono gli oggetti più umili che valgono maggiormente in questi casi. Se prendo una matita da un cassetto, quella matita deve tornare in quel cassetto, e così per tutto, in cucina come in bagno, in auto o al lavoro. I passi zoppicanti di Tore mi aiutano a ricordare che questo gesto apparentemente futile, che riguarda un oggetto dal valore minimo, è una base di partenza per qualunque azione complessa, da un taglio di capelli fino a un’operazione di microchirurgia.
(L. M. novembre 2025)