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Editoria Open Source

Open Source significa letteralmente “Codice Sorgente aperto”, ossia disponibile per l’utilizzo libero, le modifiche, la ridistribuzione. Conosciamo tutti degli ottimi esempi di questa filosofia di sviluppo del software: il sistema operativo Linux, il browser Firefox, il pacchetto Open Office e tantissimi altri. Tutti questi sistemi vivono una loro vita parallela rispetto ai sistemi proprietari (e di conseguenza chiusi), sviluppati e venduti per scopi commerciali, e in genere detenuti da grosse società multinazionali, come MicrosoftAdobe o Apple.

È nel campo delle applicazioni professionali che i software proprietari detengono quasi sempre il mercato, e quasi il monopolio: provate a fare l’ingegnere senza avere una licenza Autocad, tanto per fare un esempio. Inoltre, se prima era possibile acquistare un pacchetto software una volta per tutte e tirare avanti con quello, oggi molti di questi pacchetti vengono rilasciati in “abbonamento”, e quindi producono un costo mensile (o annuale) non sempre irrilevante.

Passando all’editoria, non c’è dubbio che per la composizione tipografica professionale occorrano pacchetti software di alto livello, sia per lo sviluppo della grafica, sia per l’impaginazione dei testi. La tipografia è un’arte raffinatissima che non dovrebbe essere data in pasto agli improvvisatori e ai pressapochisti. Si vedono i risultati di questa cattiva gestione anche in volumi costosi prodotti da editori che dovrebbero avere un’identità da difendere. In questo campo, pur non essendoci un vero e proprio monopolio, esiste un predominio dei pacchetti prodotti da Adobe e installati su piattaforme Macintosh. Si tratta di investimenti quasi obbligatori per chi vuole effettuare pubblicazioni ad alto livello tipografico. Anche in questo caso, oltre all’acquisto delle macchine occorre provvedere all’abbonamento alle licenze d’uso del software. Perfetto per chi sforma best-seller e centinaia di titoli all’anno; un po’ troppo costoso per chi pubblica in piccola tiratura poche decine di titoli.

Esistono alternative? Una ci sarebbe, ed esiste ormai da quasi quarant’anni. Si tratta del sistema LaTeX, che tutti i professionisti della ricerca scientifica conoscono bene. Lo sapete che quasi tutte le riviste di Medicina, Chimica, Astrofisica, Matematica, piene di formule, grafici, immagini, riferimenti bibliografici complessi, sono composte con LaTeX? E che Wikipedia usa LaTeX per il rendering di tutte le formule matematiche che pubblica? Allora, come mai il mondo degli utenti comuni non ne conosce neppure l’esistenza? Seconda domanda: cosa è possibile fare con LaTeX? Terza domanda: perché ha questo nome?

Cominciamo dall’ultima, la cui risposta secondo noi rivela molto più di ciò che ci si potrebbe aspettare. La storia è questa: negli anni ’70 Donald Knuth, un genio dell’informatica, elaborò il sistema tipografico “TeX”, rivolto soprattutto alla composizione di formule matematiche comunque intricate. Usò come nome la sillaba iniziale di “Technical”, ma sostituì il gruppo “ch” con la “chi” greca, che si scrive come una “X”. A nostro avviso non fu una buona idea: ebbe l’effetto di relegare il suo sistema a un ambiente di “iniziati”, che come prima cosa dovevano saperne pronunciare il nome. Figuriamoci in Italia poi, dove il nome TEX è legato a quello di un personaggio dei fumetti. Hai voglia di pronunciarlo “Tech”: quando poi devi scriverlo o descriverlo, ecco che trovi subito le prime difficoltà. Prova poi a doverlo cercare sulla rete: sarai sommerso da pagine e pagine di cow-boy e giornaletti per collezionisti. Insomma il buon Knuth poteva fare una scelta meno snob, a tutto vantaggio della comunicazione.

Le cose peggiorano con LaTeX, opera di Leslie Lamport, un altro genio che negli anni ’80 utilizza il motore di TeX per costruirci sopra un vero e proprio linguaggio markup rivolto alla preparazione di documenti comunque complessi, dal volantino al libro. Per il nome pensò di usare le prime due lettere del cognome come prefisso, da cui “La””TeX”. Buona idea? Mah. Intanto, anche questo va pronunciato con la “ch”  finale, e poi provate a fare una ricerca su Internet con questa parola chiave: “latex”. Dovrete districarvi tra siti sado-maso con frustini e costumi, appunto, in latex (lattice) spesso nero o rosso. Altro che cow-boy! E poi, nuovamente, ricadiamo nel campo degli ambienti per “iniziati”. Anche voi, se volete trovare qualcosa in rete dovrete imparare a cercare LaTeX alternando maiuscole e minuscole e aggiungendo qualche termine inerente alla tipografia.

E veniamo alla seconda domanda: cosa si può fare con LaTeX? La risposta è: tutto ciò che riguarda la composizione tipografica, la preparazione di libri, riviste, testi in generale, con la massima cura, la più ampia varietà di stili, di font, avendo a disposizione una comunità mondiale di esperti che continuamente mettono in condivisione nuovi formati e tipi di caratteri e sono sempre disponibili a risolvere problemi anche complessi. Il tutto a costo zero, su una qualunque piattaforma, teoricamente anche con un semplice browser.

E allora (prima domanda): come mai se chiedi in giro tra le persone che si occupano di editoria, tipografia, desk-top publishing e simili, difficilmente trovi qualcuno che sappia di cosa si tratta? Ci saranno alzate di spalle con aria di sufficienza del tipo “boh, roba da dilettanti”, oppure qualcuno potrebbe rispondere: “sì, ne ho sentito parlare, ma sembra una cosa complicata”.

Dato che sono ormai parecchi anni che qualcuno di noi si occupa di questo sistema, e con grande soddisfazione, abbiamo deciso di dare un contributo alla sua diffusione. Stiamo preparando la nuova edizione di un libro che uno di noi scrisse negli anni ’90, e useremo queste pagine per parlare di cosa si può fare con LaTeX.

(Volete capire di cosa abbiamo parlato finora? Provate a partire da qui.)

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