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Storie lgbt

“Hai un nome?” chiese lui.

“E tu?” ribatté lei, immediatamente sulla difensiva.

Lui tese affabilmente la mano e disse: “Sono Jack Mann. Ti fa sentire meglio?” Lei gli prese la mano, dapprima con cautela, poi la strinse con decisione. “Dovrebbe?” disse lei.

“Solo se vivi quaggiù”, rispose lui. “Tutti sanno che sono innocuo”.

Lei sembrò rassicurata. “Ho intenzione di vivere qui. Sto cercando un posto adesso”. Fece una pausa come se fosse imbarazzata. “Ho un nome: Beebo Brinker”.

Lui sbatté le palpebre. “Beebo?” disse lui.

“Prima era Betty Jean. Ma non riuscivo a dirlo bene quando ero piccola”.

Fumarono un momento in silenzio e poi Beebo disse: “Credo sia meglio che vada. Devo passare la notte da qualche parte”. E divenne improvvisamente rosa, rendendosi conto dell’illazione che Jack avrebbe potuto trarre dalla sua osservazione. “Tutti” potevano conoscere Jack quaggiù, ma Beebo non era tutti. Per quanto ne sapeva lei, era innocuo come uno squalo. Il solo fatto che avesse un nome non era poi così rassicurante.

“Mi sembra che tu abbia bisogno di cibo, prima”, disse con leggerezza.

“Non ho molti soldi”.

“Meglio spenderli in cibo”, disse lui. “Comunque, che diavolo, offro io. C’è un buon Wiener Schnitzel a circa un isolato da qui”. Cercò di prenderle la valigia di vimini per portargliela, ma lei si allontanò, offesa come se la sua offerta fosse un commento sulla sua capacità di prendersi cura di se stessa.

Jack si fermò e rise un po’. “Guarda, mia piccola amica”, disse gentilmente. “Quando sono arrivato a New York ero verde pisello come te. Qualcuno ha fatto questo per me e mi ha permesso di risparmiare i pochi dollari per una stanza e per cercare lavoro. Questo è il mio modo di ripagarlo. Tra dieci anni, tu farai la stessa cosa per il prossimo. Va bene?” Era difficile per lei resistere. Aveva una fame quasi tremolante; era sfinita; era persa. E Jack aveva un aspetto gentile proprio come era. Era una parte del suo successo nel recuperare le persone: la sua faccia piaceva loro. Era familiare, ma in quel modo bonario e amabile che lo faceva sembrare un vecchio amico nel giro di pochi minuti.

Alla fine Beebo gli sorrise. “Giusto”, disse. “Ma ti ripagherò, Jack. Lo farò”.

Andarono a piedi verso la salumeria tedesca, Beebo con una presa salda sulla sua valigia.

Terminò il suo pasto in dieci minuti. Jack ne ordinò un altro per lei, nonostante le sue proteste, prendendola in giro per il suo appetito.

“Gesù”, disse lui. “Quando hai mangiato l’ultima volta?”.

“Fort Worth”.

“Indiana?” Jack la fissò.

“Sì. Ho mangiato tre panini nella toelette, sul treno. Questo era ieri”. Beebo scolò il suo bicchiere di latte e lo mise sul tavolo. La piccola cameriera bionda e pneumatica portò il secondo piatto. Jack, guardando Beebo che guardava la cameriera, vide i suoi ampi occhi blu scorrere su e giù per il paffuto corpo in uniforme rosa con curioso interesse. Beebo si tirò indietro, trattenendo il respiro quando la cameriera si chinò su di lei per mettere un cestino di pane sul tavolo, e c’era uno sguardo di paura sul suo volto.

Jack pensò tra sé e sé: ha paura di lei. Paura di quella puttanella rimbalzante. Paura delle… donne?

Quando ebbe finito di mangiare, Beebo alzò lo sguardo verso di lui. Per tutta la sua robustezza fisica e il suo viso arrembante, non era una ragazza sfrontata o sicura di sé. “Mangi come un contadino”, ridacchiò lui.

“Dovrei. Sono cresciuta in una fattoria”, disse lei, distogliendo lo sguardo da lui. La sua timidezza lo sedusse: “Grazie per il cibo”.

Le righe che abbiamo trascritto qua sopra appartengono ai primi capitoli di un romanzo americano degli anni ’50. Titolo: Beebo Brinker, autrice Ann Bannon. Di cosa tratta: rapporti sociali, rapporti sentimentali, vita comune di una ragazza omosessuale a New York. Niente di pornografico, anzi. Bannon tratta la questione con delicatezza e naturalezza, molto più di certi autori che nei loro romanzi ci ficcano un po’ di sesso ogni tot pagine, magari gratuito ed esplicito, così il libro vende di più. Bannon nel 1957 si occupa del mondo lesbo e crea un nuovo genere, detto “lesbian pulp fiction”, o semplicemente “lesbopulp”.

Permetteteci una parentesi, dato che il termine “pulp fiction” è entrato nel linguaggio comune in seguito al film di Tarantino per indicare azioni violente, con scene esplicite di sangue. Ma l’origine è diversa.

La pulp fiction si riferisce a un genere di storie popolari, basate sull’azione, pubblicate in riviste stampate a basso costo dal 1900 circa agli anni ’50, soprattutto negli Stati Uniti.

La pulp fiction prende il nome dalla carta su cui veniva stampata. Le riviste che presentavano tali storie erano tipicamente pubblicate utilizzando carta economica, dai bordi irregolari, fatta di pasta di legno (pulp, appunto). Queste riviste erano talvolta chiamate pulp.

Quindi, per carità, evitate di associare il termine “lesbopulp” alla violenza. Tornando ad Ann Bannon, lei pubblicò una piccola serie di romanzi di questo genere (sei in tutto) tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60. Poi smise e si dedicò a fare altro. Curiosamente Beebo Brinker, il romanzo in cui la protagonista viene presentata e fa i primi passi a New York, è l’ultimo della serie, quello che oggi chiameremmo prequel. Infatti è del 1962.

Non siamo riusciti a capire come mai questi romanzi, che furono premiati da un grande successo negli Stati Uniti e tuttora occupano gli scaffali di tante lesbiche americane, non siano mai stati tradotti e pubblicati in italiano. Con un’eccezione: il secondo romanzo della serie, I am a woman, è stato pubblicato da Mondadori nel 2003 col titolo Lesbo pulp e con una copertina piuttosto esplicita. A noi piace di più quella della prima edizione di Beebo Brinker, che abbiamo messo in cima a questo breve articolo.

Se vi interessa l’argomento, leggete anche la recensione di Rosanna Finocchetto sul sito cultura gay.

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