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La morte di HAL

In una drammatica scena di 2001: Odissea nello spazio (S. Kubrick 1968), il computer di bordo HAL 9000 viene “terminato” dal protagonista umano Bowman, che rimuove i moduli di memoria uno alla volta: la coscienza di HAL degrada lentamente fino a scomparire del tutto. Per rendere più patetica la scena Kubrick fa cantare al computer in agonia una vecchia filastrocca (Daisy Bell nella versione originale, Girotondo nella edizione italiana). Per inciso, Daisy Bell è stata la prima canzone ad essere cantata dalla voce sintetica di un computer IBM nel 1961, il che spiega la citazione del regista, che non faceva mai niente a caso (a proposito, il nome HAL deriva proprio da IBM, prendendo i tre caratteri precedenti in ordine alfabetico).

Ma torniamo alla “morte” di HAL. Nella finzione cinematografica quel sofisticatissimo computer aveva una coscienza, ossia era “senziente”. Poteva provare emozioni umane, compreso l’odio e la paura. Paura di morire. Forse provava anche un pochino di empatia. Allora si pensava che in breve lo sviluppo dell’ingegneria informatica e cibernetica avrebbe portato il “cervello elettronico” a raggiungere, e forse superare, la potenza di elaborazione del cervello umano. Ma non si facevano i conti con la complessità di quest’ultimo e dei misteri del suo funzionamento, ancora oggi in gran parte oscuri.

Almeno nello studio della complessità, però, abbiamo fatto passi avanti, e non sono molto incoraggianti per chi vorrebbe creare cervelli sintetici.

Due anni fa, un team dell’Allen Institute for Brain Science di Seattle, ha mappato la struttura tridimensionale di tutti i neuroni (cellule cerebrali) compresi in un millimetro cubo del cervello di un topo – un traguardo considerato straordinario.

All’interno di questo minuscolo cubo di tessuto cerebrale, delle dimensioni di un granello di sabbia, i ricercatori hanno contato più di 100.000 neuroni e più di un miliardo di connessioni tra di essi. Sono riusciti a registrare su computer le informazioni corrispondenti, compresa la forma e la configurazione di ogni neurone e connessione, il che ha richiesto due petabyte, ovvero due milioni di gigabyte di memoria. Per fare questo, i loro microscopi automatici hanno dovuto raccogliere 100 milioni di immagini di 25.000 fette del minuscolo campione in modo continuo per diversi mesi. E si tratta di un millimetro cubo del cervello di un topo.

Se si immaginasse di fare altrettanto con un intero cervello umano, in modo da mapparne completamente la struttura fisica, basterebbe moltiplicare. Il cervello umano contiene circa 100 miliardi di neuroni, un milione di volte quelli contenuti nel millimetro cubo del nostro cervello di topo. Ma è il numero di connessioni che schizza a valori impressionanti: dieci alla potenza di 15. Cioè un uno seguito da 15 zeri: un numero che riempie non una, ma parecchie galassie del nostro universo.

Al giorno d’oggi non esiste un computer in grado di immagazzinare tutti i dati forniti da un simile sistema, rendendoli disponibili istantaneamente come fa il nostro cervello. Per quelli che sanno di cosa stiamo parlando, si tratta di memoria RAM sempre disponibile, non di memoria d’archivio, come quelle dei dischi rigidi o dei sistemi SSD. Infatti la risposta a ogni richiesta di “dati” deve essere istantanea. E non è solo una questione di memoria, naturalmente. E neppure di elaborazione. E qui entra in campo, come sempre, Google, l’attuale detentore dei più grossi sistemi di archiviazione e calcolo nel mondo. E la domanda: può un sistema globalizzato mondiale riuscire a sintetizzare una coscienza umana? Ossia: una vita intelligente?

Forse qualcuno dei nostri lettori ha sentito parlare del progetto LaMDA (Language Model for Dialogue Applications) una tecnologia di conversazione rivoluzionaria. Si tratta di un progetto di Google legato all’intelligenza artificiale e basato su reti neurali, sistemi di apprendimento spontaneo e ovviamente su un mare di dati, o se vogliamo un universo di dati.

Facciamo un passo indietro, anzi un salto di alcuni decenni, fino nuovamente ai tempi di HAL 9000. Tempi eroici per l’informatica. Di quel periodo è il programma Eliza, un conversatore in grado di imitare in modo stupefacente una seduta psicanalitica. Eliza scatenò l’entusiasmo a livello accademico mondiale: i più anziani di noi ricordano le discussioni nei corridoi delle facoltà di matematica e di informatica, tenute tra ricercatori che avevano passato la notte al terminale chattando con questa fantomatica dottoressa senza riuscire a venire a capo della sua natura non umana. Erano altri tempi, d’accordo. Se volete sapere di più sull’argomento, leggete almeno questo articolo. Eliza era naturalmente molto limitata come memoria: qualche migliaio di parole chiave. La sua arma segreta erano i trucchi. Il suo programmatore (Joseph Weizenbaum del MIT di Boston) aveva disegnato un algoritmo che permetteva al programma di estrarre parti di conversazione dell’interlocutore e rispondere come se avesse capito. In realtà non capiva niente.

Invece sembrerebbe che LaMDA “capisca”. Si tratta ovviamente di tutta un’altra cosa rispetto a Eliza. Intanto LaMDA pesca dalla banca dati più grande del mondo, che, solo per fare un esempio, ha letto e digerito milioni di libri, praticamente tutta le letteratura mondiale in quasi tutte le lingue, specialmente l’inglese. Dunque riconosce le citazioni, può recuperarne a sua volta a dozzine durante una semplice conversazione. Il risultato è impressionante. Un ingegnere coinvolto nel progetto, tale Black Lemoine, ha pubblicato recentemente la trascrizione di una chat tra un gruppo di collaboratori e il sistema, arrivando alla conclusione, condivisa su Twitter, di aver discusso con una persona. Per questa dichiarazione è stato momentaneamente posto da Google in licenza obbligatoria. Se avete voglia, trovate qui la trascrizione dell’intera conversazione, piuttosto lunga e articolata.

L’esperienza di Lemoine è diventata presto virale e ha suscitato una serie di interventi da parte di scienziati, filosofi, informatici e ovviamente anche teologi: qual è la soglia al di là della quale un sistema può essere considerato senziente? In altre parole: è sufficiente complicare una macchina per ottenere la scintilla della vita? Ma la vera domanda è: esiste un metodo per poter stabilire se un sistema posto al di là di un paravento sia un essere umano o una macchina? Molti filosofi sostengono di no.

Resta il fatto che, umano o no, la lenta agonia di HAL 9000 continua a suscitare sentimenti molto umani, di pietà e cordoglio. Se l’argomento vi interessa continuate a seguirci, stiamo preparando un nuovo articolo ancora sull’intelligenza artificiale e sulle “emozioni” di un computer. (Zero37 20/06/22)

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