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Cavallo da salotto

Secondo me mi spia. Non so perché lo faccia, probabilmente mi vuol cogliere in castagna per mettermi in cattiva luce con la figlia. In effetti è sempre stata gelosa della sua bambina, me l’ha ceduta malvolentieri, o almeno questo pensa lei, che una figlia si possa “cedere” all’uomo che la sposa. Mi vuol mettere in cattiva luce per poter dire “eh, te l’avevo detto io, che non dovevi fidarti di quello lì”. Un mancino, per giunta intellettuale, e non si sa bene che lavoro faccia. Fosse almeno avvocato o ingegnere, invece dice di avere un contratto di ricerca. Si vede che non deve valere molto, visto che non ha mai orari, esce e torna quando vuole, a volte parte per dei giorni, altre volte resta a casa per settimane intere. Chissà quali segreti nasconde, anche se all’apparenza sembra a posto, gentile, onesto, servizievole.

Adesso “lei” ha pure le chiavi di casa nostra, e visto che non ha mai niente da fare viene spesso a farci visita quando non ci siamo. Trovo le sue tracce quando torno dal lavoro: pacchi di provviste sul tavolo di cucina, caffè, pasta, carciofi, calzini per me, un mazzo di fiori freschi in un vaso, per lei. Ma chi ti ha chiesto niente? tra l’altro tutta roba dozzinale, di quella che si trova a basso prezzo nei discount o nelle bancarelle intorno al mercato. E quando è qui da sola, chissà come si dà da fare a frugare, rovistare, cercare prove d’accusa contro di me.

Anna mi dice di non preoccuparmi, che lo fa per amore, per sentirsi utile ora che è rimasta vedova. E che non fruga, ma quando mai! Figurarsi! Invece io me la figuro proprio che solleva cuscini e materassi, che apre cassetti dei comodini, che controlla gli ultimi numeri che ha chiamato il telefono. Che infila la mano nello sciacquone del bagno: è lì che gli assassini nascondono la pistola, dopo averla involta in un sacchetto da freezer.

Allora studio le tracce, eventuali gocce d’acqua dove non c’è motivo che ci siano gocce, a meno che uno non sia salito sulla scala per frugare nello sciacquone; metto la scala in una posizione speciale per poi vedere se è stata spostata, incollo con la saliva un capello di traverso all’apertura del cassetto come ho visto fare da James Bond, così poi saprò se è stato aperto, prendo nota di tutto prima di uscire. Devo dire che finora non ho trovato indizi determinanti, ma prima o poi la becco. Ma poi, cosa cerca? riviste sconce? biglietti compromettenti? indirizzi di gente di malaffare? chiavi di cassette di sicurezza, o di appartamenti segreti? Mah, intanto tutto ciò mi mette ansia, e sta rovinando i miei rapporti con Anna. E poi non ci dormo la notte. Forse dovrei affrontarla, o comunque dovrei liberarmene, portarle via le chiavi, azzopparla in modo che non possa più scorrazzare tutto il santo giorno.

Non è proprio che la odio, anzi. Se non fosse una ficcanaso gelosa della figlia, che cerca di comandare e condizionare da qualunque distanza, non è neppure una cattiva persona. Ma le persone peggiorano col tempo, non migliorano. Chissà cosa sarà quando avremo dei figli, si piazzerà in casa giorno e notte a elargirci saggezza e superstizioni, fiocchi verdi contro il malocchio, rimedi medievali per mal di pancia e raffreddori… e se fosse davvero una strega? Basta, non posso neppure pensarci.

Era il nostro primo anniversario. Eravamo a casa, una giornata di ferie per festeggiarci, e si comincia con lo stare un po’ di più a letto, e poi lentamente colazione, pensieri lenti e pochissime parole, sguardo che non va oltre la scodella del caffellatte. Questo è coccolarsi. Drrin! Drrriiin! due scampanellate veloci insistenti, e prima che uno di noi faccia in tempo a cercare una vestaglia e un paio di ciabatte eccola nel corridoio, vociante e festante. Auguri! Lei ha le chiavi, e se non apri entro tre secondi entra. “Ah, ma siete a casa! Ah, ma siete ancora così! Fuori è una bellissima giornata, non sapete cosa vi state perdendo!” E intanto arriva al tavolo di cucina, sposta la tovaglia e poggia il suo carico. Le solite cose, ma in più questa volta c’è una pianta.

“Bella! Cosè?” esclama Anna facendo uno sforzo sovrumano per atteggiare la faccia e la voce a “sveglia e felice del regalo”. In realtà so che a lei delle piante non gliene frega niente, infatti non ne abbiamo, o almeno non ne avevamo fino a oggi. Io tento un grugnito di soddisfazione, “mmm!”

È una pianta da appartamento, una specie di ficus con foglie variegate grandissime e inquietanti. “Dieffenbachia”, sentenzia la strega, rivolgendosi strettamente alla figlia. “Poca acqua, mi raccomando, mai al buio sennò si storce il fusto, meglio davanti alla finestra, ruotandola ogni tanto così cresce dritta, travasare ogni anno, diventerà altissima!” Poi si gira verso di me: “e non mangiatela perché è velenosa”. Infatti stavo pensando di intingere una foglia nel caffellatte. Per fortuna.

Adesso quella pianta è lì, abbiamo dovuto spostare un po’ il divano per farla stare bene, alla luce ma non troppo. Poco male se una foglia incombe tra me e il televisore. La sorella di Anna, d’accordo con la madre, è arrivata lo stesso giorno con un mastodontico sottovaso degno di ben altro che quella piantina. Evidentemente è vero: crescerà. E infatti cresce.

Cavallo di Troia. “Timeo Danaos et dona ferentes” (ricordi ovattati di latino e amorucci adolescenziali mischiati insieme). Le suocere, come i greci, sono da temere anche quando portano doni. In questo caso, un cavallo da salotto. Quella pianta ora abita con noi, e conoscendo l’indolenza di Anna e le possibili ire della madre sono io che l’accudisco, spio le giovani foglie che germogliano dalla cima, innaffio e concimo con moderazione, lavo le grandi foglie per farle respirare e stacco con delicatezza le più vecchie e avvizzite, effettuo i travasi alle date canoniche. Ma la odio. Secondo me anche lei mi odia e mi spia. Son certo che se facessi qualcosa di sconcio in quel salotto, per esempio una beata masturbazione davanti alla tv, o anche semplicemente un rutto, lei troverebbe il modo di farlo sapere alla sua mandante, sotto forma di un segnale convenuto, al loro prossimo incontro. Magari anche a distanza: forse ha degli occhietti nascosti e lancia segnali che solo le streghe possono captare. L’ha detto anche “lei” che è una pianta maligna, velenosa. Curaro. Da qualche parte ho letto che dalle foglie o dalla corteccia di queste piante si estrae il potentissimo veleno con cui le popolazioni selvagge intingono la punta delle frecce per paralizzare le vittime. Curaro. Chissà se ce n’è anche dentro quelle fastidiose goccioline che cadono dalla punta delle foglie, ogni mattina. “Ehi, guarda, la pianta è piena di rugiada!” cinguetta Anna mentre afferra borsa, notebook, telefono, chiavi della macchina e cappotto e si fa una corsetta fino all’ascensore tentando di compensare il suo solito ritardo, “bella, vero, amore?” La mia risposta comincia quando lei non c’è già più: “sì, ma sporca tutto, e poi non è rugiada, è guttazione…” ma le mie spiegazioni scientifiche non hanno mai interessato nessuno.

Ho provato ad assaggiare quel liquido. Non ha nessun sapore e nessun odore. Non mi ha provocato nessuna reazione. Ma adesso ho un progetto. Ne raccolgo tanto e lo concentro. Ho messo tanti bicchierini di plastica, uno sotto ogni foglia. “Così almeno non macchia il pavimento”, è la scusa. Anna ha scosso la testa come dire, sei scemo, e si è subito disinteressata della faccenda. Ora da due settimane sto raccogliendo con cura religiosa l’acqua velenosa. I travasi non li faccio davanti alla pianta, non vorrei che si insospettisse, anzi prendo i bicchierini e dico ad alta voce “bene, buttiamo via quest’acqua”, poi vado in cucina e verso in una bottiglietta. Suppongo che bisogna raccogliere tanta linfa per riuscire a concentrare abbastanza veleno. Poi dovrò trovare il modo di somministrarglielo. Un tè? Una tisana? Oppure il condimento di un’insalata durante un pranzo. Certo bisogna inventare qualcosa che prende solo lei, non io o Anna, neppure per sbaglio. Comunque ho tempo. Per ora ho riempito solo il fondo della bottiglietta.

Ma ogni giorno mi pregusto il momento in cui la strega berrà il veleno estratto dalla sua stessa pianta spiona, proprio davanti ai suoi occhietti velenosi, e si sentirà soffocare, sembrerà come se si fosse affogata con un pasticcino, annasperà in cerca d’aria, farò finta anche di tentare un salvataggio dandole dei colpi alla schiena, mentre Anna chiamerà l’ambulanza. Forse morirà, forse no, ma almeno mi sarò tolto una bella soddisfazione: usare il cavallo di Troia contro lo stesso Ulisse.

E comunque, sarà stato solo un esperimento. (Zero37 2015)

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