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Fantascienza al contrario

Ci sono alcuni romanzi che raccontano la storia “come sarebbe potuta andare” se… Per esempio Fatherland di Robert Harris, un’ucronia (storia alternativa) che parte dal presupposto che la Germania nazista abbia vinto la guerra. Un impianto simile, sempre ucronico, è quello de L’inattesa piega degli eventi di Enrico Brizzi, ambientato negli anni ’60 in un’Italia che non si era mai schierata a fianco dei nazisti, e nella quale Mussolini, ormai vecchio, ha mantenuto l’assetto dell’impero coloniale. Insomma, si prova a visitare un mondo di oggi che ha conosciuto una storia diversa da quella reale. Anche semplicemente togliendo un personaggio, ovviamente uno di quelli che la “storia” l’hanno fatta. Provate a immaginare per esempio uno qualunque dei fondatori di religioni. Sono tutti insostituibili, nel senso che senza di loro una certa religione non sarebbe proprio nata, con tutto il suo strascico di riti, comunità di fedeli e quant’altro. Ma non vogliamo parlare di religioni qui. Parliamo invece di trasporti, in particolare di un’automobile e di colui che la creò, e poi scriviamo una storia nella quale quell’uomo e quell’auto non ci sono. Ma per farlo andiamo prima a dare una sbirciata all’America dei primi del Novecento.

Entriamo in una città medio-grande. Troviamo subito i binari del tram (elettrico o a vapore), tante biciclette, degli omnibus per il trasporto pubblico, calessi a cavalli e un certo numero di automobili, dette allora “carrozze senza cavalli”. Non molte, ma notiamo subito che, mentre alcune fanno il fracasso e il fumo che possiamo aspettarci avendo un motore a benzina primitivo, difficile da dominare, altre si muovono piuttosto silenziosamente e, sorpresa!, molte di queste sono guidate da donne. Proprio così: nell’America del 1900 circolano alcune migliaia di auto elettriche, e sono talmente pulite e facili da guidare che le usano anche le signore per lo shopping, senza imbrattarsi di olio e fuliggine. In ambito cittadino, ovviamente. Molti in quel momento scommettevano sull’auto elettrica. Tra cui Thomas Alva Edison.

Edison, il più grande inventore del mondo, aveva fondato praticamente un’industria delle invenzioni. Ogni cosa che vedeva pensava: forse si può migliorare con un’invenzione, e si metteva a ragionarci e a studiarci sopra. Prima di morire aveva collezionato migliaia di brevetti, tra cui alcuni niente male, come la lampadina elettrica o il grammofono, o anche sistemi telefonici o mollette per la biancheria ma pure particolari tipi di cemento armato. Insomma un inventore a 360 gradi. Di lui parleremo sicuramente ancora in queste pagine. Qui ne parliamo perché un giorno vide passare un’auto elettrica, stracarica di batterie al piombo – erano le uniche che esistevano allora – e pensò: queste batterie non sono per niente adatte per un’auto elettrica. Pesanti, pericolose con tutto quell’acido solforico, difficili da mantenere in efficienza. Qui, pensava, serve inventare qualcosa di meglio, appena ho un po’ di tempo mi ci dedico. Era sempre molto impegnato, ma finalmente trovò il tempo. Ci lavorerà parecchi anni.

Durante quegli anni, ecco apparire un altro uomo con altre idee. Si tratta addirittura di un ex dipendente di Edison, un certo Henry Ford col pallino per la meccanica, e in particolare per il motore a benzina. Per Ford, Edison è un mito inarrivabile, tanto che fa in modo di incontrarlo per chiedergli cosa pensa dello sviluppo delle auto a benzina. Edison lo guarda col suo sorriso enigmatico e gli risponde diplomaticamente: sono certo che ogni motore troverà il suo spazio nel mondo del futuro. In cuor suo però è convinto della supremazia dell’auto elettrica, soprattutto grazie alla speciale batteria alla quale sta lavorando. Si immagina una New York popolata da piccole, silenziose auto elettriche, autobus elettrici, taxi elettrici, tante biciclette, e si immagina anche il mondo esterno alle città collegato con ferrovie elettriche ma anche con pullman e grossi camion con i motori a benzina. Questo pensava quel genio di Edison, e lo dichiarava ai giornali. Ma faceva i conti senza quel demonio di Ford.

Ford, instancabile pure lui, ha in mente una sola idea: costruire un’automobile per tutti. Letteralmente. Ecco, in un mondo in cui l’auto è un costoso passatempo per pochi, tanto che viene chiamata pleasure car, lui pensa di farla diventare un mezzo di trasporto economico universale. Per ottenere questo scopo dovrà fare una vera e propria rivoluzione industriale, inventare da zero un intero mondo produttivo, quello che riguarda la “produzione di massa”. Anche questa è una lunga storia, e abbiamo quasi pronto un libro che la racconta per intero, nel bene e nel male, ma intanto potete leggere una traduzione che abbiamo preparato dell’autobiografia di Henry Ford. La trovate qui, è molto istruttiva.

Il risultato dei suoi sforzi è la Ford modello T, un’auto che arriverà a costare meno di qualunque altra auto sia mai stata costruita prima o dopo: 250 dollari di allora (circa 4000 euro di oggi). Tutti potevano comprare una Ford T, compresi gli operai della fabbrica Ford. Era una macchina completa, affidabile, facile da guidare e facilissima da riparare. In un mondo in cui le auto si vendevano a poche centinaia, con Ford si arriverà a venderne milioni in un anno. E via il governo a costruire strade, via i petrolieri a scavare pozzi, via i fabbricanti di gomme a produrre pneumatici, e via ancora a esportare le auto e le intere fabbriche per conquistare i mercati, via a trasformare il mondo in un mondo di automobilisti assetati di petrolio, via con le guerre per accaparrarsi i giacimenti, via con l’inquinamento, via con il riscaldamento globale ed eccoci qui.

E che ne è di Edison e la sua batteria? Alla fine l’ha fatta (vedi foto sopra), un’ottima batteria alcalina senza acido, basata su elementi semplici da reperire, molto moderna per i suoi tempi. Ma era ormai il 1911, la Ford T aveva conquistato il mercato e piaceva a tutti, compresi gli uomini d’affari come i magnati del petrolio e i giganti della gomma, e Henry Ford era visto come un benefattore, un uomo che stava traghettando il mondo verso uno splendido futuro di libertà: la libertà che ti regala l’automobile. Auto elettriche? pfui, a chi possono interessare più, e lo stesso dicasi per le biciclette. Basta! Dal 1910 al 1940 la rivoluzione si compie tutta, e culmina con la seconda guerra mondiale, dovuta in parte anche alla gran sete di petrolio della Germania.

Edison morirà nel 1931, in un mondo ormai invaso dagli scarichi velenosi delle automobili. La sua batteria resterà in servizio per molti anni in tanti settori di nicchia, comprese le miniere, i sottomarini, le metropolitane, le telecomunicazioni e insomma tanti impieghi in cui era necessaria grande affidabilità, durata e assenza di rischi per la salute o di incendi.

Lasciamo a voi l’esercizio ucronico: cosa sarebbe potuto succedere se Ford non fosse mai esistito? Magari si sarebbe potuto formare un mondo dei trasporti ugualmente efficiente ma più equilibrato? Chi può dirlo: con i condizionali non si fa la storia. Noi però un’idea ce la siamo fatta.

Ma concludiamo con una buona notizia. Oggi proprio la batteria di Edison trova impiego in alcuni sistemi sperimentali di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Infatti, uno dei “difetti” che aveva, era che, se continuavi a caricarla oltre il massimo non si guastava, ma cominciava a produrre idrogeno. Un sistema eolico, che una volta caricate le batterie produce e accumula dell’ottimo idrogeno, combustibile pulitissimo, non sembra affatto male. Per saperne di più provate a dare una scorsa a questo progetto olandese.

(Zero37 in una torrida giornata di agosto 2022)

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