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La Luna e l’Eroina

(Operazione Blue Moon)

Non ha più la faccia del suo primo hashish
È il mio ultimo figlio, il meno voluto
Ha pochi stracci dove inciampare
Non gli importa d’alzarsi, neppure quando è caduto
.
(F. de Andrè: La canzone del padre, 1973)

Ho fatto l’esame di maturità nel 1970, dopo aver frequentato una classe molto “politicizzata” del liceo scientifico. Il ’68 era ancora in corso, specie da noi in provincia, con i movimenti studenteschi, gli extraparlamentari e tutte le frange della sinistra che si opponeva al sistema. Quell’estate andai in vacanza a Roma, e anche lì si respirava un’aria di rinnovamento, di fiducia e ottimismo. Potevamo cambiare il mondo. Era il mio primo viaggio da solo. Conobbi tanti ragazzi interessanti, che mi mostrarono alcune parti della città frequentate da gruppi “alternativi”. Tornai nella mia città con un “eskimo” comprato per poche lire nei magazzini militari: quel giaccone verde con cappuccio e imbottito di una specie di pelliccia. In seguito diventerà una divisa, ma allora non lo conosceva ancora nessuno. Droga? Non se ne parlava, non ce n’era, a parte qualche furtivo “spinello” che girava tra pochi, specie i più ricchi. Da quell’inverno in poi capiterà un incredibile cataclisma.

Noi non lo sapevamo, e per molti anni non l’abbiamo capito, ma eravamo diventati pericolosi. I giovani dei movimenti studenteschi, delle università occupate, delle assemblee studenti-lavoratori rischiavano di spingere l’Italia troppo a sinistra. La logica della guerra fredda non poteva permettere che il comunismo arrivasse a poter governare in Italia, Paese di confine del mondo occidentale. Occorreva fare qualcosa. Occorreva spegnere il motore della ribellione dei Figli dei Fiori, dell’amore libero, delle canzoni di protesta, della stampa alternativa, del “ciclostile proprio” dei volantini giallastri che si distribuivano fuori dalle facoltà. Occorreva far finire la festa.

Oggi la storia è ben nota e molto ben documentata. Per rendere semplice una cosa estremamente complessa, possiamo metterla così: un consorzio tra diversi servizi segreti, tra cui la Cia americana e il Sid italiano decise di spezzare le gambe ai movimenti iniettando droga nelle vene dei “collettivi”. Ma non una droga qualunque: eroina. L’eroina non c’era mai stata in Italia fino al 1972, e neppure la morfina. Giravano marijuana, hashish e altri cannabinoidi, oltre alle anfetamine che si trovavano regolarmente in farmacia – bastava conoscere la persona giusta. I ragazzi compravano le loro dosi nelle piazze di spaccio, a prezzi abbordabili. Certo, anche quella è droga, anche quella non è consigliabile, ma si tratta tutto sommato di sostanze “leggere” che difficilmente ti ammazzano. Ma se la togli improvvisamente crei desiderio, lasci un vuoto nelle abitudini del “tossico”, lo rendi vulnerabile a altre dipendenze. Così fecero, nel momento in cui partì l’operazione “Blue Moon” (non so perché la chiamarono così). Improvvisamente i cannabinoidi spariscono o raggiungono prezzi spaventosi. Anche le anfetamine vengono ritirate dalle farmacie. Dopo un breve tempo cominciano a circolare piccoli spacciatori, facce nuove, che regalano o vendono a pochissimo prezzo delle pastiglie rosa: morfina. È il primo passo verso gli oppioidi. I ragazzi accettano e ci cascano volentieri. Si tratta di roba buona, ti sistema per delle ore e non lascia traccia, a parte un certo desiderio. La morfina non dà dipendenza fisica, ma solo psicologica. La fame cresce. È il momento di introdurre l’eroina. Poco per volta: oggi la trovi, domani la cerchi, dopodomani la trovi ancora e sei felice. In breve non potrai farne a meno, perché quella droga di cui non sai niente ti farà soffrire l’astinenza fisica: brividi, sudori, dolori lancinanti, attacchi di panico o di rabbia. Faresti qualunque cosa per un buco. E lo fai.

Vicino alla città trovai Pilar del mare
Con due gocce di eroina si addormentava il cuore

(F. de Andrè: Sally, 1978)

Le cifre sono spaventose, sul dilagare della tossicodipendenza e sul numero crescente di fenomeni correlati: morti per overdose, rapine e delitti di tutti i generi, problemi di sicurezza nelle città, nei parchi, nelle scuole. Nel 1976 un drogato poteva saltar fuori da ogni angolo, puntandoti addosso una siringa infetta per ottenere qualsiasi cosa di vendibile. Ti sfondavano i vetri della macchina per raccogliere due spiccioli o l’autoradio, che veniva strappata distruggendo il cruscotto. A me rubarono l’eskimo che avevo lasciato sul sedile posteriore per andare al cinema: tanto a chi poteva interessare? A qualcuno che sperava di trovarci dentro qualche moneta.

La malavita naturalmente ne trarrà un enorme vantaggio, specie quella organizzata delle varie mafie. La stampa e l’opinione pubblica, non conoscendo la storia, si faceva dei ragionamenti sul “disagio” delle nuove generazioni, sulla perdita di valori o sull’esempio negativo che veniva dal cinema o dai fumetti. Addirittura sulla troppo lunga assenza di guerre, che aiutano a focalizzare l’attenzione sui “veri valori”. Io personalmente vidi molti miei amici cadere sotto le mazzate dell’eroina, condita poi dall’epatite e in seguito dall’aids. Avevo un allievo brillante, seguito per tutto il suo percorso liceale, che dopo qualche anno suonò al citofono di casa: ero felice di sentirlo e lo feci salire. Capii subito il suo stato, quando mi raccontava con voce impastata di un bisogno urgente di comprare l’olio per la macchina che si era fermata poco distante. Gli detti cinquantamila lire, sperando che fossero sufficienti per il suo prossimo viaggio, ma cercando di immaginare come si fosse ridotto così in quello stato in soli due anni. Quegli occhi bassi, quell’impressione forte che mi stesse odiando nel momento in cui prendeva i miei soldi, non li ho mai dimenticati e li ho riconosciuti più volte in casi analoghi. Non ne ho saputo più niente, spero che ce l’abbia fatta.

Intanto era cominciata la lotta armata, gli “anni di piombo”, la “strategia della tensione” inaugurata dalle stragi fasciste da Piazza Fontana in avanti, e poi le brigate rosse e tutto il resto. Poco da dire: la situazione era proprio scappata di mano. O forse no. Per chi vuole approfondire, esistono numerosi documenti in rete, per esempio questo della rivista Pagina Uno, oppure questo podcast di Rai Storia. Agghiaccianti.

Ma c’è un altro sistema per comprendere tutto ciò che capitò in quegli anni, ed è farselo raccontare da alcuni protagonisti di un romanzo. Si tratta de Il figlio peggiore, di Peter D’Angelo e Fabio Valle, entrambi giornalisti con grandi capacità narrative (Fandango 2024). Gli autori sono entrati in possesso di carte autentiche, alcune inedite, e hanno messo in scena una storia verosimile, un vero e proprio noir dai risvolti drammatici, che si svolge principalmente nella Roma di quegli anni. La lettura di questo romanzo dà la vera dimensione della storia che abbiamo accennato: un giornalista intelligente e disincantato si trova pian piano al cospetto degli strani movimenti che si svolgono nelle piazze romane o sui barconi del Tevere; una giovane fotografa impara a sue spese a diffidare di persone che cercano di manipolarla; altri si lasciano coinvolgere nelle operazioni organizzate, apparentemente a fin di bene, dalle forze dell’ordine. Altri ancora confluiscono nei primi nuclei di lotta armata. Molti soccombono all’invasione delle nuove droghe. Nessuno di loro è cosciente di ciò che sta veramente avvenendo; nessuno, tranne i più alti funzionari dei servizi, sa chi, cosa e perché sta muovendo questi traffici mortali. Il risultato lo conosciamo solo oggi, oltre cinquant’anni dopo (L.M.).

Consorzio Zer037, luglio 2025

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