
In un articolo di qualche anno fa abbiamo raccontato dello sviluppo della Bomba Atomica, vicenda che ebbe il suo orribile culmine con la distruzione di Hiroshima e Nagasaki in una guerra che era ormai terminata. Si discuterà a lungo, e si discute ancora, sull’opportunità di quel massacro, voluto dal neopresidente Harry Truman, in modo alquanto “ponziopilatesco”. In seguito lui difese la scelta di non dire “no”, ma la storia intanto andava avanti.
Truman sarà responsabile di un’altra serie di scelte, tutte legate tra loro, avvenute in un brevissimo arco di tempo e tutte destinate a cambiare la Storia per i successivi decenni. Una di queste, per esempio, fu la guerra in Corea, che il Presidente definì “operazione di polizia”, e che fu la causa scatenante di tutto ciò che avverrà dopo nel Sud-Est asiatico, Vietnam compreso. Un’altra, di cui parliamo qui, fu la decisione di andare avanti con gli esperimenti nucleari.
Per molti scienziati coinvolti nel Progetto Manhattan, su cui non vale la pena spendere due parole, dato che esistono fiumi di libri, saggi, film, sceneggiati che ne parlano e ci ricamano sopra, le esplosioni nucleari dell’agosto 1945 erano state sufficienti a fargli urlare “basta così! Fermiamoci in tempo prima di scoperchiare il vaso di Pandora”. Perché erano così preoccupati? Perché avevano dato una sbirciatina dentro il vaso, e quello che avevano visto era spaventoso. I 200.000 morti giapponesi erano niente rispetto a quello che si poteva fare con i nuovi possibili ordigni, che vennero battezzati “superbombe”.
In altre pagine di questo blog abbiamo accennato al funzionamento del Sole, per esempio qui. La bomba all’uranio rendeva possibile replicare sulla terra le spaventose reazioni nucleari che si svolgono nel cuore del sole e che necessitano di temperature e pressioni estreme: bastava concentrare tutta l’energia di una bomba atomica all’interno di una cella contenente gli elementi da convertire, e il gioco era fatto. Principio semplice anche se di difficile attuazione, occorreva lavorarci un po’. L’elemento da convertire è essenzialmente l’idrogeno; il prodotto della conversione (fusione) è l’elio più una quantità spaventosa di energia esplosiva. Ecco la Bomba all’idrogeno, o Bomba H, o anche Superbomba, in seguito chiamata semplicemente bomba termonucleare. Avrete sentito parlare di missili con testata termonucleare: sono dotati di uno di questi spaventosi ordigni. Ciò che li rende spaventosi oltre misura è la loro scalabilità: non esistono limiti teorici alla potenza distruttrice. Possono essere mille volte più potenti della bomba di Hiroshima, ma anche diecimila volte. Vi tralasciamo i dettagli e le varie tipologie, che possono essere molto distruttive ma poco letali, oppure meno distruttive ma estremamente letali, in base alle tecniche e ai gusci utilizzati. Si potrebbe decidere di uccidere tutte le forme di vita della Francia senza demolire i palazzi di Parigi, oppure di radere al suolo New York con poche conseguenze per la cittadinanza, purché ricoverata nei bunker antiatomici.
Tornando al nostro Truman, Presidente della Nazione più potente del mondo, in quel periodo era indaffarato a prendere altre decisioni, tra cui quella di scatenare la Guerra Fredda, un’altra delle sue perle. L’idea era che il comunismo fosse il male assoluto, e che bisognasse ostacolare in ogni modo le mire espansionistiche dell’Unione Sovietica e della Cina, con le conseguenze che ben conosciamo. Uno degli effetti della Guerra Fredda fu la chiusura di tutte le forme di comunicazione, a qualunque livello, anche scientifico, il che darà origine alle reti spionistiche di cui parla un altro fiume di romanzi, sceneggiati, film. Arrivavano notizie contrastanti sullo sviluppo nucleare del nemico: sono indietro di cinque anni… no, no, sono già avanti… ci stanno per superare… Un giorno però alcuni aerei spia americani notarono delle tracce di radioattività nei cieli della Siberia: era inequivocabile: i sovietici avevano l’Atomica e l’avevano fatta esplodere. Almeno una, almeno piccola, ma sicura. Truman e molti scienziati, tra cui il famoso Teller, non vedevano l’ora di dare il via al progetto termonucleare, e ci si lanciarono. Era il 1949. Dopo soli tre anni la prima bomba all’idrogeno era pronta a dimostrare la sua potenza facendo scomparire un’isola di un atollo del Pacifico. Siamo nel 1952, data di inizio della più grande follia umana, poco nota perché tenuta nascosta, e chiamata semplicemente “era atomica”.
Tra parentesi, lo scambio spionistico tra i vari “blocchi” funzionava talmente bene, che in pratica non ci sarà mai una grande differenza tra le armi possedute da entrambe le parti, e questo sarà probabilmente un bene, dato che aiutava a mantenere un certo equilibrio. Si faceva a chi la “sparava più grossa”, e se ne spararono veramente tante e tanto grosse. La più micidiale fu fatta esplodere dai sovietici nel 1961. Si chiamava “Zar”, era progettata per 100 megatoni ma fu “depotenziata” a soli 50 per l’esperimento, che distrusse completamente un raggio di 50 km. Qui i più curiosi possono leggere tutta la storia. Incidentalmente uno dei progettisti, Andrej Sacharov vincerà alcuni anni dopo il Nobel per la pace. Così va il mondo.
La storia dell’arcipelago di Bikini merita un cenno in queste vicende, essendo diventato l’emblema del sacrificio per il “progresso”. Era restato dopo la guerra in mano agli Americani, che pensarono bene di utilizzarlo come teatro per i loro esperimenti nucleari più catastrofici. Spostarono “provvisoriamente” la popolazione di quei bellissimi atolli corallini, gente che viveva delle semplici cose che offriva la natura: pesca, frutti del cocco e dell’albero del pane e di nient’altro avevano bisogno. Abbiamo trovato nelle Teche Rai un servizio del 1972 che spiega e racconta le vicende, in una coraggiosa visita fatta da alcuni giornalisti. Di fatto quella gente non ha più potuto tornare nelle proprie isole, delle quali tra l’altro molte erano state spazzate via dalle esplosioni, insieme alla barriera corallina e alla delicatissima biodiversità di quei paradisi. L’eredità, grottesca, di questa storia è il nome bikini, usato da un sarto di allora per battezzare il suo nuovo costume da bagno, così come si usava l’aggettivo atomica per definire una donna formosa.
Ma i cosiddetti “esperimenti atomici” si svolgevano dappertutto: in terraferma, per esempio a meno di 100 chilometri da Las Vegas in un campo denominato Yukka Flat, che vide oltre settecento esplosioni tra il 1950 e il 1970, oggi uno dei posti più contaminati al mondo. Ma anche in mare, nel sottosuolo, nell’alta ionosfera. Ovviamente la parte del leone la facevano Gli Stati Uniti e l’Urss, ma pian piano tutte le Nazioni vollero dotarsi di ordigni atomici: Regno Unito, Francia, Israele, e poi India, Cina, Corea del Nord e così via, e ciascuna di questa nazioni reclamava il diritto di effettuare qualche esperimento, con o senza aerei, con ordigni convenzionali o termonucleari. Mentre i governanti si affannavano per mettere un freno a tutto ciò, saranno oltre 2400 (lo scriviamo anche per esteso: duemilaquattrocento) gli ordigni nucleari di varia potenza che sono stati fatti esplodere sul nostro Pianeta (qui visibili in un’animazione). Il quale pianeta, apparentemente, regge bene pur con qualche cratere e numerose ferite biologiche su cui non si è mai indagato abbastanza, dato che anche la scienza è in mano a chi ha il denaro oltre alle bombe.
Ora l’era atomica è, possiamo dire, dormiente, nel senso che esiste un arsenale nucleare di tutto rispetto (oltre 12.000 testate pronte all’impiego) che viene continuamente incrementato e mantenuto al passo con la tecnologia. Ancora Usa e Russia detengono la maggioranza degli ordigni, oltre ai mezzi per impiegarli, ma ve ne sono distribuiti in numerose altre Nazioni, tra cui alcune non precisamente pacifiche. Il recente caso del progetto nucleare iraniano, che in realtà è vecchio di trent’anni, fa capire come l’era atomica non sia affatto terminata.
Zer037, luglio 2025