“Sul tavolo della cucina c’era un giornale, del periodo natalizio (eravamo stati lì l’ultima volta per le feste), e mi sono messo a leggerlo mentre mi versavo un bicchiere del moscato, pronto in un secchiello d’acqua gelida del pozzo. Da fine novembre le Nazioni Unite avevano autorizzato l’uso della forza per liberare il Kuwait dagli irakeni, erano appena partiti per l’Arabia Saudita i primi equipaggiamenti americani, si parlava di un ultimo tentativo statunitense per trattare a Ginevra con i ministri di Saddam e convincerlo a ritirarsi. Il giornale mi aiutava a ricostruire alcuni eventi e lo leggevo come se fossero le ultime notizie.
A un tratto mi sono reso conto che al mattino, nella tensione della partenza, non ero andato di corpo. Sono andato in bagno, ottima occasione per finire di guardare il giornale, e dalla finestra ho visto la vigna. Mi ha colto un pensiero, meglio, una voglia antica: fare i miei bisogni tra i filari. Mi sono messo in tasca il giornale e ho aperto, non so se a caso o per virtù di un mio radar interno, una porticina sul retro. Ho attraversato un orto molto ben tenuto. Dalla parte dell’ala colonica c’erano dei recinti in legno e, dal chiocciare e il grufolare che si sentivano, doveva essere il pollaio con le conigliere e gli stabbi dei maiali. Al fondo dell’orto c’era il sentiero per salire nella vigna.
Amalia aveva ragione, le foglie delle viti erano ancora piccole e gli acini sembravano bacche. Ma mi sentivo in una vigna, con le zolle sotto le suole malandate, e ciuffi di erbacce tra un filare e l’altro. Ho cercato istintivamente con gli occhi degli alberi di pesco, ma non ne ho visti. Strano, avevo letto su qualche romanzo che tra i filari – ma ci devi camminare scalzo col tallone un po’ calloso, sin da piccolo – ci sono delle pesche gialle che crescono solo nelle vigne, si spaccano con la pressione del pollice, e l’osso ne esce quasi da solo, pulito come dopo un trattamento chimico, salvo qualche vermiciattolo grasso e bianco di polpa che vi rimane attaccato per un atomo. Puoi mangiarle senza quasi sentire il velluto della pelle, che ti fa correre i brividi dalla lingua sino all’inguine. Per un attimo ho sentito il brivido all’inguine.
Mi sono accovacciato, nel gran silenzio meridiano, rotto solo da alcune voci d’uccelli e dal frinire delle cicale, e ho defecato.
Silly season. He read on, seated calm above his own rising smell. Gli esseri umani amano il profumo dei propri escrementi ma non l’odore di quelli altrui. In fondo sono parte del nostro corpo.
Stavo provando una soddisfazione antica. Il movimento calmo dello sfintere, tra tutto quel verde, mi richiamava confuse esperienze precedenti. O è un istinto della specie. lo ho così poco di individuale, e tanto di specifico (ho una memoria da umanità, non da persona) che forse stavo semplicemente godendo di un piacere già provato dall’uomo di Neandertal. Lui doveva avere meno memoria di me, non sapeva neppure chi fosse Napoleone.
Quando ho finito, mi ha colto il pensiero che avrei dovuto pulirmi con delle foglie, doveva essere un automatismo. Ma avevo con me il giornale, e ho strappato la pagina dei programmi televisivi (tanto erano vecchi di sei mesi e, in ogni caso, a Solara la televisione non c’è).
Mi sono rialzato e ho guardato le mie feci. Una bella architettura a chiocciola, ancora fumante. Borromini. Dovevo avere l’intestino a posto, perché si sa che ci si deve preoccupare solo se le feci sono troppo molli o addirittura liquide.
Vedevo per la prima volta la mia cacca (in città ti siedi sulla tazza e poi tiri subito l’acqua senza guardare). La stavo ormai chiamando cacca, come credo faccia la gente. La cacca è la cosa più personale e riservata che abbiamo. Il resto possono conoscerlo tutti, l’atteggiamento del viso, lo sguardo, i gesti. Anche il tuo corpo nudo, al mare, dal dottore, mentre fai l’amore. Persino i pensieri, perché di solito li esprimi, oppure gli altri te li indovinano da come guardi o ti mostri imbarazzato. Certo, ci saranno anche pensieri segreti (Sibilla, per esempio, ma poi mi ero in parte tradito con Gianni, e chissà che lei non avesse intuito qualcosa, forse si sposa proprio per questo), ma in genere anche i pensieri si manifestano.
Invece la cacca no. Salvo che per un periodo brevissimo della tua vita, quando è la mamma a cambiarti i pannolini, dopo è soltanto tua. E siccome la mia cacca di quel momento non doveva essere così diversa da quelle che avevo prodotto nel corso della mia vita passata, ecco che in quell’istante mi ricongiungevo col me stesso dei tempi dimenticati, e provavo la prima esperienza capace di rinsaldarsi con innumerevoli altre precedenti, anche quelle di quando bambino facevo i miei bisogni nelle vigne”.
(Umberto Eco: La misteriosa fiamma della Regina Loana, Bompiani 2004)
Questa è la prima volta che ho trovato qualcuno che fa la cacca in un romanzo. Certo non sto parlando di letteratura erotica o, peggio, sadomaso (vedi Le 120 giornate di Sodoma di de Sade), dove le feci la fanno da padrone. Ce n’è un accenno anche ne Il Lamento di Portnoy di Philip Roth, ma in realtà si tratta di un gioco erotico – che fa uso di un tavolino di vetro, e quindi rientra nella categoria appena vista. Dunque, per parecchio tempo mi sono convinto che Eco fosse il primo autore a sdoganare la defecazione in letteratura, e in una pagina niente affatto pruriginosa, anzi direi luminosa e solare, bucolica. Dunque, onore al coraggio. Ma mi sbagliavo. Già parecchi decenni prima la cacca aveva occupato una pagina di un romanzo:
“Con un calcio spalancò la porta instabile del cesso. Meglio fare attenzione a non sporcarmi i pantaloni per il funerale. Entrò, abbassando la testa sotto la bassa piattabanda. Lasciando la porta socchiusa, tra il fetore dell’imbiancatura di calce coperta di muffa e le ragnatele vecchie si slacciò le bretelle. Prima di sedersi sbirciò da una fessura per vedere la finestra dell’appartamento accanto. Il re era nella sua tesoreria. Nessuno.
Semiaccovacciato sul seggio defecatorio aprì il giornale girando le pagine sulle ginocchia nude. Qualcosa di nuovo e di facile. Non c’è fretta. Trattienila un po’. La nostra storia vincitrice. Il colpo magistrale di Matcham. Scritto da Mr Philip Beaufoy, del club degli Spettatori di Teatro, Londra. L’autore ha ricevuto il pagamento di una ghinea a colonna. Tre e mezzo. Tre sterline e tre. Tre sterline tredici e sei.
Trattenendosi, lesse con calma la prima colonna, poi arrendevole e resistente allo stesso tempo, cominciò la seconda. A metà racconto, con le ultime resistenze che cedevano, permise alle sue viscere di liberarsi in tranquillità mentre continuava a leggere, leggendo ancora con pazienza, la leggera stipsi di ieri del tutto passata. Spero non sia troppo grosso se no mi tornano le emorroidi. No, il giusto. Così. Ah! Stitico una pasticca di cascara sagrada. A volte è la vita. Non lo commosse né lo toccò ma era qualcosa di agile e ben fatto. Stampano di tutto oggi. Stagione banale. Continuò a leggere, seduto in tranquillità sopra il suo tanfo che risaliva. Certamente ben fatto. Matcham pensa spesso al colpo magistrale con cui ha sconfitto la Strega che ride la quale ora. Comincia e finisce con la morale. Mano nella mano. Intelligente. Diede un’altra occhiata a quanto aveva letto e, nel sentire il proprio liquido fluire in tranquillità, invidiò benevolmente Mr Beaufoy che l’aveva scritto ricevendo come pagamento tre sterline tredici e sei.
Con un raccontino potrei farcela. Di Mr e Mrs L. M. Bloom. Inventarmi una storia per qualche proverbio, quale? Tempo fa ero solito annotarmi sul polsino ciò che diceva nel vestirsi. Non mi piace quando ci vestiamo insieme. Mi sono tagliato nel radermi. Mordersi il labbro inferiore mentre si aggancia la gonna. Le prendevo il tempo. 9.15. Roberts non ti ha ancora pagato? 9.20. Com’era vestita Gretta Conroy? 9.23. Come mi è venuto in mente di comprare questo pettine? 9.24. Mi sento gonfia dopo aver mangiato quel cavolo. Una macchia di sporco sulla sua scarpa di vernice.
Strofinarle entrambe vigorosamente a turno contro la caviglia della calza. Il mattino dopo il ballo di beneficienza quando l’orchestra di May suonò la danza delle ore di Ponchielli. Spiegalo: le ore del mattino, il mezzodì, e poi la sera vicina, poi le ore notturne. Lavarsi i denti. Era la prima notte. La sua testa danzava. Le assicelle del ventaglio ticchettanti. Quel Boylan è messo bene? I soldi ce li ha. Perché? Ho notato che ha l’alito profumato danzando. Allora non serve canticchiare. Fai un allusione. Strana musica quell’ultima sera. Lo specchio era in ombra. Strofinava energicamente lo specchietto con la maglia di lana contro la sua tetta piena che si dimenava. Sbirciandoci dentro. Rughe agli occhi. Non dava risultati per qualche ragione.
Ore serali, ragazze in organze grigie. Ore notturne poi nere con pugnali e mascherine per gli occhi. Idea poetica il rosa, poi dorato, poi grigio, poi nero. E anche realistico. Giorno, poi la notte.
Strappò via di netto metà della storia vincitrice e ci si pulì. Poi tirandosi su i pantaloni, si riallacciò e si abbottonò. Spinse indietro la porta malferma del cesso ed emerse dalla semioscurità nell’aria.
Nella luce luminosa, alleggerito e fresco nelle membra, controllò accuratamente i pantaloni neri, le caviglie, le ginocchia, il retro delle ginocchia. A che ora è il funerale? Meglio guardare sul giornale.
Un crepitio e un cupo ronzio nell’aria dall’alto. Le campane di George’s church. Battevano l’ora: ferro cupo e fragoroso”.
(James Joyce: Ulisse, prima edizione italiana 1960)
È molto probabile che Eco abbia trovato ispirazione dalle vicende di Mr. Bloom, protagonista del capolavoro di Joyce. Una volta che la porta è aperta è più facile passare. Forse anche Milan Kundera cita in qualche modo Joyce, quando Tereza usa quasi furtivamente il bagno dell’amante, ma qui il rapporto col corpo e con gli escrementi è molto più filosofico che negli altri casi citati:
“Nelle stanze da bagno moderne, le tazze del gabinetto si alzano dal pavimento come bianchi fiori di ninfea. L’architetto fa di tutto affinché il corpo dimentichi la sua miseria e l’uomo non sappia ciò che avviene dei rifiuti delle sue interiora quando scroscia su di essi l’acqua liberata dal serbatoio. I tubi di scarico, pur penetrando con i loro tentacoli nei nostri appartamenti, sono accuratamente nascosti ai nostri sguardi e noi non sappiamo nulla delle invisibili Venezie di merda sulle quali sono costruiti i nostri bagni, le nostre camere da letto, le nostre sale da ballo e i nostri parlamenti.
Il bagno della vecchia casa di periferia in un quartiere operaio di Praga era meno ipocrita: il pavimento era di mattonelle grigie, la tazza del gabinetto vi si alzava misera e sola. La sua forma non ricordava il fiore della ninfea, sembrava invece quello che era: l’imboccatura allargata di un tubo. Mancava persino il sedile di legno e Tereza dovette sedersi sulla gelida lamiera smaltata.
Sedeva sulla tazza e il desiderio di vuotare gli intestini che l’aveva assalita all’improvviso era il desiderio di arrivare al fondo dell’umiliazione, di essere, quanto più possibile e quanto più interamente possibile, un corpo, quel corpo del quale la madre diceva che era lì solo per digerire ed evacuare. Tereza libera gli intestini e sente in quel momento una tristezza e una solitudine infinite. Non c’è nulla di più miserevole di quel suo corpo nudo seduto sull’imboccatura allargata di un tubo di scarico.
La sua anima aveva perso la sua curiosità di spettatrice, la sua cattiveria e il suo orgoglio; era già ritornata nelle profondità del corpo, nelle sue viscere più nascoste, e aspettava disperata che qualcuno la richiamasse all’aperto.
Si alzò dalla tazza, tirò l’acqua e andò nell’ingressino. L’anima tremava nel corpo, nudo e respinto. Sentiva ancora sull’ano il contatto della carta con la quale si era pulita.
E in quel momento avvenne qualcosa di indimenticabile: ebbe voglia di andare da lui nella stanza e di sentire la sua voce, le sue parole. Se lui le avesse parlato con voce calma e profonda, l’anima avrebbe trovato il coraggio di uscire sulla superficie del corpo e lei sarebbe scoppiata a piangere. Lo avrebbe abbracciato come nel sogno aveva abbracciato il grosso tronco del castagno.
Stava nell’ingressino e cercava di dominare quell’immenso desiderio di sciogliersi in lacrime davanti a lui. Sapeva che se non ci fosse riuscita sarebbe arrivata dove non voleva. Si sarebbe innamorata di lui.
In quell’istante, dalla stanza interna giunse la sua voce. Al sentire quella voce disincarnata (senza vedere nel medesimo tempo l’alta figura dell’ingegnere), rimase sbalordita: era sottile e acuta. Com’era possibile che non se ne fosse mai accorta?
Fu forse grazie all’impressione sconcertante e spiacevole che le procurava quella voce, che le riuscì di scacciar via la tentazione. Entrò nella stanza, raccolse le sue cose sparse, si vestì in fretta e uscì”. (Milan Kundera: L’Insostenibile leggerezza dell’essere, prima ed. italiana Adelphi 1982)
Per finire, anche se proprio non si tratta di letteratura in senso stretto, vorrei citare L’inno del corpo sciolto di Roberto Benigni (1982):
È questo l’inno del corpo sciolto
Lo può cantare solo chi caca di molto
Se vi stupite, la reazione è strana
Perché cacare soprattutto è cosa umana
Mi piacerebbe ricevere, su questa email, altre citazioni letterarie sull’argomento (zero37@zero37.org)
(L.M. marzo 2026)
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